Mariateresa Sartori | Étude Op.25 N.10 in B minor, Homage to Chopin
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Ikon interviews
Mariateresa Sartori
Étude Op.25 N.10 in B minor, Homage to Chopin
Étude Op.25 N.10 in B minor, Homage to Chopin by Italian artist Mariateresa Sartori explores connections between music and language, one of her research fields. Trained in the psychology of art, Sartori combines scientific methods with poetic gestures, creating works which playfully highlight tensions between subjective and objective knowledge and expressions.
Ikon Curator Melanie Pocock spoke to Sartori about the ideas behind Étude Op.25 N.10 in B minor, Homage to Chopin (2012).
Melanie Pocock: In your work, Étude N.10 in B minor, Homage to Chopin, viewers see the mouths of two individuals engaged in a conversation. Their speech, however, has been replaced with the sound of Frédéric Chopin’s eponymous piano study. The dramatic scales and wistful melody of the music almost mirror their expressions.
Why did you decide to use this particular piece by Chopin? And where did the idea of juxtaposing his music with a visual recording of a conversation come from?
Mariateresa Sartori: I have always been interested in the relationship between language and music. Ever since I was a girl, I’ve felt that certain pieces by Chopin were dialogues between people. In other words, that they were not simply reflections of human conversations, but actual dialogues, conducted through music. Étude N.10 in B minor, Homage to Chopin is a visual representation of this sensation.
Later, and having discussed this sensation with musicologists, I discovered that my impressions weren’t unfounded. The musicologists explained to me that the length of musical phrases in Chopin’s works is similar to phrases in human dialogue. It’s also different to the duration of phrases in the music of other composers, such as Robert Schumann, Franz Liszt and Sergey Rachmaninoff.
I chose this piece because of its circularity: it finishes exactly where it starts. It’s like a conversation, which takes the form of an endless merry-go-round. It also has two very different sections, which create a dialogic relationship through their opposition.
MP: This work was last presented at the Fondazione Querini Stampala in your hometown, Venice, as part of a joint exhibition with artist Roman Opalka, titled Dire il tempo / Telling the Time (2019). For the exhibition, you decided to dedicate this work to him. Can you share more about your friendship with Opalka and his influence on your work?
MS: I remember the first time that Roman Opalka and his wife, Marie-Madeleine, visited my studio in Venice. Marie-Madeleine – to whom I will always be grateful – was encouraging and affectionate and helped me overcome my awe of Roman’s work. During their visit, Roman commented on my work with measured, precise words, instantly grasping its meaning. He also saw other meanings in it, which had not yet occurred to me. Since that first visit, we met every time they came to Venice. Looking back, I feel fortunate to have spent so much time with them.
Now – many years later – I remember one of our conversations. I explained to Roman the idea of a video work that I was working on at the time, which was Étude Op.25 N.10 in B minor, Homage to Chopin. Roman immediately recognised an element in the work that could have been misleading (in terms of what I wanted to convey) and proposed a solution. “Swap the roles”, he said, “by alternating the man and woman. This will accentuate the circular movement of the video, in an endless carousel…”.
This was our last meeting. I decided to dedicate the video to Roman, who passed away before he could see it. It includes the solution which Roman had suggested.
MP: When your exhibition opened in Ikon’s Tower Room on 4 March, few people would have anticipated the severe restrictions on movement that we are experiencing now as a result of the Covid-19 pandemic.
Seeing your work again in this context feels poignant. The video’s close-up view, for example, has a paradoxical effect: by focusing on the couple’s mouths, it enlarges the distance between them. Viewed in this way, it’s as if the couple are striving to communicate, across an unbridgeable gap.
MS: Your observation about the resonance of Étude N.10 in B minor, Homage to Chopin is very interesting. We are living in extreme circumstances, which highlight our need to communicate and to be close to one another. At the same time, the enormous number of divorces in China following the lockdown shows the difficulty of living in constant proximity to one’s partner, in isolation. Humans are contradictory creatures, moved by conflicting impulses.
The circularity of my work suggests movement, but without a way out. While the positions of the couple interchange, the gap between them remains unbridgeable.
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Roman Opalka, Maria Teresa Sartori
Fondazione Querini Stampalia, Venezia
Dal 7 maggio al 24 novembre 2019
Dal 7 maggio al 24 novembre, il secondo capitolo coinvolgerà le sale della Casa Museo della Fondazione Querini Stampalia, dove le opere di Roman Opałka e quelle di Mariateresa Sartori saranno in relazione tra loro e con quelle delle collezioni antiche dell’istituzione.
Dire il tempo nasce dalla volontà di approfondire la produzione di Roman Opałka attraverso una selezione di opere che segnano tappe fondamentali nella sua ricerca, molte delle quali mai presentate prima in Italia o mai esposte, provenienti da importanti collezioni private e pubbliche, tra cui il museo Muzeum Sztuki di Łódź e soprattutto il Fonds de Dotation Roman Opałka, con cui è nata una stretta collaborazione nell’ideazione del progetto.
Entrambe le mostre ruoteranno attorno a OPALKA 1965 / 1-∞, ricerca a cui l’artista ha dedicato gran parte della sua vita e di cui saranno esposti insieme, per la prima volta in assoluto, il primo e l’ultimo Détail su tela: il primo proveniente dalMuzeum Sztuki, Łódź prima volta in Italia, e l’ultimo, rimasto incompiuto, mai presentato al pubblico e proveniente dain Polonia, e visibile per la
una collezione privata.
Cuore della produzione dell’artista franco-polacco, OPALKA 1965 / 1-∞ sarà il fulcro del percorso espositivo che si snoderà tra Milano e Venezia coprendo l’intero arco della sua attività, dai primi lavori fino ai più recenti, facendo conoscere al grande pubblico anche aspetti meno noti della sua ricerca artistica, ma fondamentali per la sua formulazione concettuale e linguistica.
Alla Fondazione Querini Stampalia, accanto alle rappresentazioni sul tempo di Roman Opałka, sarà presentato un nucleo di opere di Mariateresa Sartori (Venezia, 1961), artista di un’altra generazione che, con Opałka, aveva intessuto una profonda amicizia. Disseminati lungo il percorso del museo, i disegni e le immagini fotografiche della Sartori rilevano le sottili e invisibili trame determinate dal nostro muoverci nello spazio e attraverso il tempo. Al centro del percorso l’imponente installazione Il tempo del suono. Onde: una parete completamente ricoperta di fogli di carta su cui l’artista, con il carboncino, ha tradotto in forma visiva il suono delle onde del mare in tempo reale. L’installazione entrerà in risonanza con la voce di Opałka mentre pronuncia in polacco i numeri che sta dipingendo.
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Fabio Mauri, Francesco Jodice, Maria Teresa Sartori, Roman Opalka
Museo della Grafica di Pisa, Palazzo Lanfranchi, Pisa
Dal 22 dicembre 2017 al 11 maggio 2018
Dal 22 dicembre 2017 il Museo della Grafica di Pisa ospita la mostra Il tempo e le opere, a cura di Massimo Melotti e con opere di Roman Opalka, Mariateresa Sartori, Andrea Santarlasci, Fabio Mauri, Giorgio Cugno, Jasmina Metwaly, Federico De Leonardis, Claudio Costa, Francesco Jodice e Gianluca e Massimiliano De Serio.
Organizzata dal Museo della Grafica (Comune di Pisa e Università di Pisa) con il patrocinio della Regione Toscana e della Scuola Normale Superiore, la mostra intende presentare artisti e tendenze dell’arte contemporanea che hanno approfondito la loro ricerca sul tema del tempo.
La mostra muove dalla ricerca artistica di Roman Opalka (1931-2011), l’artista che più di tutti ha cercato di definire con il suo lavoro il rapporto con il tempo. Nel 1965 ha dato inizio al suo progetto Opalka 1965/1 – ∞. Per tutta la vita ha dipinto una progressione numerica su tele, a cui collega un progetto sull’autoritratto: registra la propria voce che pronuncia il numero appena dipinto e scatta una foto di se stesso alla fine di ogni giorno di lavoro. La sua ricerca sul tema del tempo termina nel 2011 con la sua scomparsa. In mostra saranno presentati Détail – Autoportraits e Détail – Cartes de voyage.
Di Mariateresa Sartori (1961) viene presentato il video In Sol Maggiore/In Sol Minore, un lavoro sulla potenza pervasiva del tempo musicale e su quanto questo influenzi non solo i nostri sentimenti ma anche la nostra percezione visiva. Per farlo si avvale di immagini tratte da Heimat di Edgar Reitz, accompagnate alternativamente da brani in Sol Maggiore e in Sol minore di Vivaldi e Mozart.
Andrea Santarlasci (1964) invita ad una visione evocata dalla memoria, visione spesso giocata in un equilibrio fra emozionalità e concettualità. Il vissuto storico del luogo, diviene materiale espressivo che si palesa nella serie fotografica Eterocronia che apre ad una riflessione sul presente, sul rapporto tra individuo e memoria.
Il percorso prosegue con il lavoro di Fabio Mauri (1926-2009), indiscusso protagonista della ricerca artistica degli anni Sessanta ed oggi riconosciuto maestro a livello internazionale, di cui verrà esposta una selezione di lavori storici. Tra questi Il televisore che piange (1972), opera anticipatrice della sua ricerca sui mass media e sui temi della società della comunicazione. Nei lavori di Mauri la dimensione temporale si sviluppa nell’esplicarsi delle ideologie e della conoscenza antropologica. È un tempo assoluto in cui il tempo relativo dell’uomo del Novecento non può essere che quello segnato dal crollo delle certezze. Mauri si interroga sull’uomo e sulla sua natura alla luce della recente tragica memoria della guerra e delle pratiche ideologiche oppressive. Tra i lavori in mostra Senza tempo (1995), Non ero nuovo (2009), The End (2009) e Schermo: Senza Tempo.
Di Giorgio Cugno (1979) viene presentato Caucacola, lavoro ideato nel 2014 in Colombia per indagare l’uso delle risorse idriche del Rio Cauca da parte della Coca-Cola e che intende sollevare interrogativi su come il consumismo e la globalizzazione modificano la relazione tra l’ambiente e l’azione dell’uomo.
Il progetto prosegue sondando il terreno della memoria e dell’evento con Jasmina Metwaly (1982), videomaker, attivista politica, impegnata nel movimento di rinnovamento nei paesi arabi, che realizza video in cui le civiltà occidentale e orientale si confrontano e dialogano. In From Behind the Monument le immagini della rivolta araba del Cairo entrano in dialogo con l’architettura juvarriana del Castello di Rivoli, sede del Museo d’Arte Contemporanea.
Portatori di memoria sono anche i lavori di Federico De Leonardis (1938) che recupera strumenti di lavoro e reperti naturali o manufatti, elementi del fare umano. Divenuti installazioni liberano forze primarie che ridefiniscono lo spazio facendone emergere la caratura simbolica o esaltandone la specificità. In mostra l’installazione Orizzontale II composta da più lavori e pensata specificatamente per la mostra e lo spazio di Palazzo Lanfranchi.
Claudio Costa (1942-1995) ricostruisce con uno sguardo antropologico un vero e proprio work in regress, percorso verso l’origine attraverso la creazione di opere che rimandano ad antiche e mitiche civiltà. L’artista guarda a un mondo simbolico ricreato attraverso l’uso di immagini, riproduzioni di maschere, cerimoniali, rituali e riti ancestrali. “Ossa” appartenenti a giganteschi animali preistorici o mitici vengono scoperte o prodotte in un intersecarsi di piani linguistici. Un “aratro” primario strumento tecnologico nella storia dell’umanità ci compare nelle sembianze di un’inquietante macchina composta da parti di animali primordiali.
Sul tempo come dimensione assoluta e simbolica si incentra il video di Francesco Jodice (1967), considerato uno dei più interessanti tra gli artisti che sperimentano nuove soluzioni espressive nel video e nella fotografia. In mostra verrà presentato Atlante. Il video per la propria forza espressiva coglie la dimensione temporale come assoluta, ponendoci di fronte all’imperscrutabilità della definizione della stessa. L’opera ha come elemento fondamentale la scultura di Atlante attorno alla quale l’artista ha mixato immagini tratte dalla prima guerra mondiale, dai bassifondi americani, dalla pubblicità degli anni 50. Jodice mette insieme il discorso di addio di Eisenhower con un personaggio tratto da un film di Carpenter, la rivoluzionaria Angela Davis, il bassista dei Ramones e un cyborg del primo Alien, insieme come un coro, un’analisi critica del sistema dei valori dell’Occidente.
In chiusura, una riflessione sul tempo dell’inconscio con Gianluca e Massimiliano De Serio (1978), che operano sia con il cinema che con installazioni visive, scandagliando il tema dell’altro, dell’identificazione e delle relazioni che il tempo modifica. Nel film Un ritorno, cercando di superare un momento di crisi creativa, si sottopongono ad un esperimento di ipnosi multipla. L’opera punta lo sguardo su quella zona normalmente invisibile che è l’inconscio: “Abbiamo cercato di riflettere sulla nostra crisi artistica e identitaria, e l’unico modo per farlo non era sfuggirla, ma anzi meditare approfonditamente su di essa e sulle sue origini. Per questo era necessario un viaggio nel tempo, in quel tempo apparentemente irraggiungibile, ma in realtà iscritto nella nostra memoria: il momento del concepimento, la nascita”.
Il percorso espositivo è arricchito dal suggestivo dialogo con alcune opere grafiche delle collezioni del Gabinetto Disegni e Stampe dell’Università di Pisa, oggi conservate presso il Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi.
Inaugurazione
22 dicembre 2017 ore 12.00
Museo della Grafica
Palazzo Lanfranchi – Lungarno Galilei 9 – 56125 Pisa
Orario: lunedì – domenica, 9.00 – 19.00
Telefono: 050 2216060



