FutuRuins. Il corpo e la pietra
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Francesco Jodice
Museo Fortuny, Venezia
dal 19 dicembre al 24 marzo 2019
L’estetica delle rovine è elemento cruciale nella storia della civiltà occidentale: simboleggia la presenza del passato, ma allo stesso tempo contiene in sé la potenzialità del frammento. La rovina, infatti, non è mai neutra: contesa tra natura e cultura, sospesa tra distruzione e ricostruzione, è immersa nel fluire del tempo e allo stesso tempo è tesa verso l’eternità. Essa viene dal passato, conferisce ricchezza di senso al presente, dona consapevolezza ai progetti futuri.
Cronologicamente la mostra cercherà di spaziare nei secoli per punti salienti, in modo da dare un’idea della complessità storica del concetto: dalle prime mitologie della distruzione, effetto dell’ira divina (la Torre di Babele, Sodoma e Gomorra…), fino al “terrorismo iconoclasta” di Palmira, includendo l’antico Egitto, l’antichità grecoromana, l’“instauratio Romae”, la “ruine du Louvre”, le distruzioni belliche del secolo scorso, le macerie delle Twin Towers.
Il crollo delle architetture evoca la decadenza della civiltà che le ha prodotte, così il parallelo edificio-corpo è l’elemento rivelatore che, se da un lato rimanda alla caducità della vita umana e alla corruzione dei corpi, dall’altro apre al concetto di ciclicità: all’alternarsi nella storia di crisi e rinascite.
Anche oggi la contemplazione delle rovine può essere fonte di una nuova consapevolezza per chi nei suoi confronti eserciti da una parte la memoria e dall’altra la progettualità.
Il Corsaro Nero e la vendetta dei Gavi
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Francesco Jodice
Forte del Gavi, Gavi (AL)
Dal 30 maggio al 7 settembre 2019
Il Corsaro Nero e la vendetta del Gavi nasce da un anno di ricerca di Francesco Jodice sul paesaggio, la storia culturale e sociale del Gavi. Jodice, artista e fotografo, le cui opere sono presenti in importanti collezioni museali internazionali e il cui lavoro è stato presentato in numerose Biennali, spinge la sua ricerca fotografica a uscire dalla pura rappresentazione e documentazione. Il risultato è un processo in cui le immagini e le storie evocate si articolano in forma dialogica, raccontando i luoghi, il loro passato e i loro elementi distintivi.
Per questa mostra Jodice ha fotografato le architetture, i paesaggi, i monumenti, le colline e le cantine, indagando gli aneddoti vernacolari e i personaggi che hanno segnato la storia del Gavi e di Novi Ligure. Nelle sue ricerche l’artista si è imbattuto nel lavoro di Angelo Francesco Lavagnino (Genova 1909 – Gavi 1987), un importante compositore classico, tra i padri della colonna sonora del cinema italiano, che ha scelto Gavi come sua terra d’elezione. Lavagnino lavorò tra la fine degli anni cinquanta e gli anni settanta a centinaia di colonne sonore originali, tra cui l’Otello di Orson Welles, oltre a moltissimi B-movies del cinema popolare italiano, quali Ercole contro i tiranni di Babilonia, Maciste contro il vampiro, Gungala, la vergine della giungla, e molti altri, senza mai lasciare Gavi: un Salgari del mondo della musica.
Le opere di Francesco Jodice – bassorilievi nati dall’inaspettata fusione tra le fotografie di paesaggio scattate dall’artista per questo progetto e i protagonisti delle locandine dei film musicati da Lavagnino – sono il risultato della sovrapposizione di due mondi: uno reale, l’altro fantastico. Nel loro insieme sembrano trasformare il Gavi nel set immaginario di un film popolato da cowboy, vampiri, pirati, figure mitologiche e donne seducenti. Jodice, attraverso un’operazione di collage pop e low-fi, trasfigura i castelli, le valli, le montagne e le cascate del Gavi in luoghi onirici e indimenticabili. Giocando con il kitsch mette in scena questi personaggi cult in luoghi “altri”, alterandone il contesto, per trasformare la fotografia in uno strumento contemporaneo di narrazione multidisciplinare. Il risultato sono nove fotografie-sculture di grande formato, collages tridimensionali nati dall’unione concettuale tra il paesaggio e figure di fantasia, ma sono anche una tappa del lungo processo di riflessione che Jodice conduce da anni sulla natura e il senso della storia delle immagini, delle influenze e delle osmosi tra l’oggetto-fotografia e la società in cui viene prodotta come dispositivo e apparato culturale.
Il titolo del progetto apre ironicamente alle immagini fantastiche protagoniste del cinema italiano del dopoguerra al cui successo contribuì grandemente il lavoro di Lavagnino. Il Corsaro Nero e la vendetta del Gavi si compone di una mostra fotografica creata per e con il Forte di Gavi Polo Museale del Piemonte, una performance musicale – nata dall’interesse di Jodice per le musiche di Lavagnino, che lo hanno portato ad attivare una collaborazione con il Conservatorio Niccolò Paganini di Genova e il Corpo musicale “Romualdo Marenco” di Novi Ligure composto da 45 elementi – e un’installazione presso l’azienda agricola La Raia, sede di Fondazione La Raia. La performance musicale si svolgerà il giorno dell’inaugurazione a La Raia riportando le musiche de Gli specialisti (1969, regia di Sergio Corbucci) e La morte viene dal pianeta Aytin (1967, regia di Antonio Margheriti) nel paesaggio del Gavi. La trascrizione delle partiture è stata curata dal Maestro Pietro Leveratto sotto la direzione del Conservatorio Niccolò Paganini di Genova.
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Francesco Jodice
Fotografia Europea 2019 – Reggio Emilia
Dal 12 aprile al 9 giugno 2019
Il 17 Giugno 1989 Francis Fukuyama menziona per la prima volta l’espressione Fine della Storia per indicare il termine sopraggiunto degli eventi generati dagli uomini.
Secondo questa teoria tutti gli avvenimenti successivi a questo punto della storia sono ripetizioni circolari di eventi già avvenuti.
Il Futuro è finito.
Lo stesso giorno l’agenzia spaziale cinese lancia segretamente la sonda Kaiju 2.
Intento della missione: raggiungere il bordo di un buco nero, la soglia dove il tempo si ferma, la luce si spegne e tutta la materia collassa.
Scopo: vedere cosa c’è dall’altra parte.
Questo filmato è l’ultimo messaggio inviato dalla sonda Kaiju 2 due prima di scomparire all’interno del buco nero.
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Fabio Mauri, Francesco Jodice, Maria Teresa Sartori, Roman Opalka
Museo della Grafica di Pisa, Palazzo Lanfranchi, Pisa
Dal 22 dicembre 2017 al 11 maggio 2018
Dal 22 dicembre 2017 il Museo della Grafica di Pisa ospita la mostra Il tempo e le opere, a cura di Massimo Melotti e con opere di Roman Opalka, Mariateresa Sartori, Andrea Santarlasci, Fabio Mauri, Giorgio Cugno, Jasmina Metwaly, Federico De Leonardis, Claudio Costa, Francesco Jodice e Gianluca e Massimiliano De Serio.
Organizzata dal Museo della Grafica (Comune di Pisa e Università di Pisa) con il patrocinio della Regione Toscana e della Scuola Normale Superiore, la mostra intende presentare artisti e tendenze dell’arte contemporanea che hanno approfondito la loro ricerca sul tema del tempo.
La mostra muove dalla ricerca artistica di Roman Opalka (1931-2011), l’artista che più di tutti ha cercato di definire con il suo lavoro il rapporto con il tempo. Nel 1965 ha dato inizio al suo progetto Opalka 1965/1 – ∞. Per tutta la vita ha dipinto una progressione numerica su tele, a cui collega un progetto sull’autoritratto: registra la propria voce che pronuncia il numero appena dipinto e scatta una foto di se stesso alla fine di ogni giorno di lavoro. La sua ricerca sul tema del tempo termina nel 2011 con la sua scomparsa. In mostra saranno presentati Détail – Autoportraits e Détail – Cartes de voyage.
Di Mariateresa Sartori (1961) viene presentato il video In Sol Maggiore/In Sol Minore, un lavoro sulla potenza pervasiva del tempo musicale e su quanto questo influenzi non solo i nostri sentimenti ma anche la nostra percezione visiva. Per farlo si avvale di immagini tratte da Heimat di Edgar Reitz, accompagnate alternativamente da brani in Sol Maggiore e in Sol minore di Vivaldi e Mozart.
Andrea Santarlasci (1964) invita ad una visione evocata dalla memoria, visione spesso giocata in un equilibrio fra emozionalità e concettualità. Il vissuto storico del luogo, diviene materiale espressivo che si palesa nella serie fotografica Eterocronia che apre ad una riflessione sul presente, sul rapporto tra individuo e memoria.
Il percorso prosegue con il lavoro di Fabio Mauri (1926-2009), indiscusso protagonista della ricerca artistica degli anni Sessanta ed oggi riconosciuto maestro a livello internazionale, di cui verrà esposta una selezione di lavori storici. Tra questi Il televisore che piange (1972), opera anticipatrice della sua ricerca sui mass media e sui temi della società della comunicazione. Nei lavori di Mauri la dimensione temporale si sviluppa nell’esplicarsi delle ideologie e della conoscenza antropologica. È un tempo assoluto in cui il tempo relativo dell’uomo del Novecento non può essere che quello segnato dal crollo delle certezze. Mauri si interroga sull’uomo e sulla sua natura alla luce della recente tragica memoria della guerra e delle pratiche ideologiche oppressive. Tra i lavori in mostra Senza tempo (1995), Non ero nuovo (2009), The End (2009) e Schermo: Senza Tempo.
Di Giorgio Cugno (1979) viene presentato Caucacola, lavoro ideato nel 2014 in Colombia per indagare l’uso delle risorse idriche del Rio Cauca da parte della Coca-Cola e che intende sollevare interrogativi su come il consumismo e la globalizzazione modificano la relazione tra l’ambiente e l’azione dell’uomo.
Il progetto prosegue sondando il terreno della memoria e dell’evento con Jasmina Metwaly (1982), videomaker, attivista politica, impegnata nel movimento di rinnovamento nei paesi arabi, che realizza video in cui le civiltà occidentale e orientale si confrontano e dialogano. In From Behind the Monument le immagini della rivolta araba del Cairo entrano in dialogo con l’architettura juvarriana del Castello di Rivoli, sede del Museo d’Arte Contemporanea.
Portatori di memoria sono anche i lavori di Federico De Leonardis (1938) che recupera strumenti di lavoro e reperti naturali o manufatti, elementi del fare umano. Divenuti installazioni liberano forze primarie che ridefiniscono lo spazio facendone emergere la caratura simbolica o esaltandone la specificità. In mostra l’installazione Orizzontale II composta da più lavori e pensata specificatamente per la mostra e lo spazio di Palazzo Lanfranchi.
Claudio Costa (1942-1995) ricostruisce con uno sguardo antropologico un vero e proprio work in regress, percorso verso l’origine attraverso la creazione di opere che rimandano ad antiche e mitiche civiltà. L’artista guarda a un mondo simbolico ricreato attraverso l’uso di immagini, riproduzioni di maschere, cerimoniali, rituali e riti ancestrali. “Ossa” appartenenti a giganteschi animali preistorici o mitici vengono scoperte o prodotte in un intersecarsi di piani linguistici. Un “aratro” primario strumento tecnologico nella storia dell’umanità ci compare nelle sembianze di un’inquietante macchina composta da parti di animali primordiali.
Sul tempo come dimensione assoluta e simbolica si incentra il video di Francesco Jodice (1967), considerato uno dei più interessanti tra gli artisti che sperimentano nuove soluzioni espressive nel video e nella fotografia. In mostra verrà presentato Atlante. Il video per la propria forza espressiva coglie la dimensione temporale come assoluta, ponendoci di fronte all’imperscrutabilità della definizione della stessa. L’opera ha come elemento fondamentale la scultura di Atlante attorno alla quale l’artista ha mixato immagini tratte dalla prima guerra mondiale, dai bassifondi americani, dalla pubblicità degli anni 50. Jodice mette insieme il discorso di addio di Eisenhower con un personaggio tratto da un film di Carpenter, la rivoluzionaria Angela Davis, il bassista dei Ramones e un cyborg del primo Alien, insieme come un coro, un’analisi critica del sistema dei valori dell’Occidente.
In chiusura, una riflessione sul tempo dell’inconscio con Gianluca e Massimiliano De Serio (1978), che operano sia con il cinema che con installazioni visive, scandagliando il tema dell’altro, dell’identificazione e delle relazioni che il tempo modifica. Nel film Un ritorno, cercando di superare un momento di crisi creativa, si sottopongono ad un esperimento di ipnosi multipla. L’opera punta lo sguardo su quella zona normalmente invisibile che è l’inconscio: “Abbiamo cercato di riflettere sulla nostra crisi artistica e identitaria, e l’unico modo per farlo non era sfuggirla, ma anzi meditare approfonditamente su di essa e sulle sue origini. Per questo era necessario un viaggio nel tempo, in quel tempo apparentemente irraggiungibile, ma in realtà iscritto nella nostra memoria: il momento del concepimento, la nascita”.
Il percorso espositivo è arricchito dal suggestivo dialogo con alcune opere grafiche delle collezioni del Gabinetto Disegni e Stampe dell’Università di Pisa, oggi conservate presso il Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi.
Inaugurazione
22 dicembre 2017 ore 12.00
Museo della Grafica
Palazzo Lanfranchi – Lungarno Galilei 9 – 56125 Pisa
Orario: lunedì – domenica, 9.00 – 19.00
Telefono: 050 2216060












