Sandro Mele, The American Brothers
A cura di Raffaele Gavarro
17 febbraio - 16 marzo 2013
ARTE E FIAT/ARTE E REALTÀ/ARTE ED ETICA
E se l'attuale modello Fiat fosse semplice-mente lo specchio dell'Italia di oggi? E se, ancora di più, quel modello corrispondesse ad un’idea del mondo oggi?
Se qualcuno si stesse domandando cosa c'entrano l'arte, una mostra e una riflessione critica, con la più grande industria italiana, provi a rispondere a queste due semplici domande. Perché se le risposte fossero anche per un solo verso positive, allora vi confermerei - come in effetti già faccio - che senza ombra di dubbio l'arte c'entra proprio tutta con la Fiat.
Questi due mondi, quello industriale-economico e quello della produzione artistica, s’intrecciano infatti inevitabilmente in un punto preciso della nostra quotidianità. Esattamente in quello in cui la comprensione della realtà non è solo il risultato d’informazioni e conseguenti valutazioni, ma riguarda uno stare nel mondo, contribuendo alle diverse dinamiche che lo attraversano e scoprendone le complessità che risultano. Naturalmente quello di cui sto iniziando a parlarvi c'entra prima di ogni cosa con il ruolo e la funzione dell'arte nel mondo e nel tempo in cui siamo.
L'arte è oggi, con tutta evidenza, profonda- mente intrecciata alle dinamiche finanziarie e sociali del nostro mondo globalizzato. L'opera d'arte è diventata un prodotto, e in quanto tale obbedisce a molti dei meccanismi tipici del mercato. E anche se non è un titolo azionario, non è un barile di petrolio, non è un lingotto d'oro, proprio come questi è parte delle dinamiche dei mercati nazionali e internazionali, soggetta ai flussi d’investimento, alle bolle speculative e naturalmente alle probabili conseguenti esplosioni.
Certo l'arte non è solo questo. Un'opera d'arte non è riducibile a un trattino in salita o in discesa su un diagramma. Ovvio. Anche se è proprio questo suo nuovo carattere, per così dire, che l'ha resa coerente con il nostro mondo, o meglio che l'ha resa fisiologicamente conforme all'attuale sistema sociopolitico- mediatieconomico, tanto da garantirne la sopravvivenza. È molto probabile infatti che se non fosse stato così, l'arte sarebbe davvero scomparsa, morta, come alcuni a suo tempo vaticinarono. L'essere prodotto l'ha salvata. Ma naturalmente è diventata anche la sua nuova dannazione.
La cosa interessante e sorprendente, persino paradossale negli esiti, è che in questo divenire parte di uno stato di cose che ne ha preteso la trasformazione in prodotto, l'arte ha dovuto cercare, e ha trovato, una funzione diversa da quella che l'aveva resa arte come tale. Per tutto il Novecento abbiamo assistito a questo processo di ricerca e di nuova identificazione. Essenzialmente questo sviluppo è consistito nella perdita della mimesi, cioè della capacità della trasformazione di una cosa in un’immagine, o anche in un simulacro, priva cioè delle funzioni reali che essa deteneva nella realtà. Semplificando, tutta la storia novecentesca delle avanguardie, neoavanguardie, postavanguardie e pospostavanguardie, può essere letta seguendo le tracce di questo affrancamento, che ovviamente ha conosciuto accelerazioni, rallentamenti, soste e anche qualche regressione, ma che in definitiva ci ha portati sin qui, ad una consapevolezza dell’arte del tutto diversa da quella con cui si era giunti alla fine dell’Ottocento. Dall’arte oggi infatti non attendiamo la conferma di quell’ipotesi di conoscenza percettiva del mondo attraverso la sua duplicazione, in cui la verosimiglianza era strettamente proporzionale alla decisiva qualità estetica, ma piuttosto le chiediamo una conoscenza diretta del mondo attraverso un suo starvi dentro come elemento che ne identifichi la logica, ed eventualmente ne perturbi temporaneamente o definitivamente lo stato. In altre parole, possiamo dire che da una conoscenza del mondo attraverso la percezione estetica, l’arte abbia scelto la via di una conoscenza che è esperienza del mondo attraverso il proprio prendervi parte.
Veniamo dunque al punto che ci riguarda, alla Fiat e ad American Brothers di Sandro Mele. Naturalmente ognuno di noi ha la propria idea sulla strategia aziendale di Sergio Marchionne. Qualcuno sarà d’accordo su quello che sta facendo. Altri no. American Brothers naturalmente esprime una delle opinioni possibili, che è quella del totale disaccordo, evidentemente, e si pone senza dubbi dalla parte dei lavoratori, anche di quelli che hanno accettato le scelte dell’amministratore delegato. Quando Sandro Mele ha iniziato il lavoro, utilizzando video e fotografia, la realtà di quello che stava accadendo è entrata direttamente nei display e che si fissavano nei nostri circuiti mentali. Erano le stesse cose che si vedevano nei telegiornali, nei talkshow e nei siti web d’informazione. Ma non era ovviamente lo stesso modo di vederle e di comprenderle. Si era stati li direttamente e si era parlato con le persone. Avevi visto la rabbia e l’impotenza, la frustrazione e la disperazione. Ma quello che ne derivava non era semplicemente la possibilità di un racconto di ciò di cui si era stati testimoni. Si andava invece creando la possibilità di dare forma ad un vero e proprio blocco di realtà da giustapporre a quella appunto elaborata dai media. Non un modo diverso di guardare la realtà, ma decisamente un modo diverso di farsi realtà nella realtà. Le immagini sono uscite e rientrate nei display, sono rimaste nei circuiti mentali, sono diventate disegni, di nuovo foto e di nuovo video, hanno preso la forma invisibile dei suoni, hanno formato un campo di forze che teneva insieme i dati di fatto con i loro inevitabili significati. La mostra ha due confini, due segnali dell’estensione del proprio campo, da una parte il grande disegno del Gramsci bendato e dall’altra l’operaio della Fiom con la maschera di
Marchionne. Da una parte Torino, l’Italia, e dall’altra Detroit, gli Stati Uniti d’America. Sono i poli teorici e pratici, di pensiero e di azione, tra i quali si muove la mostra come corpo di opere che ha una compiutezza di percorso chiara, e che percorre il senso di una logica di purezza adamantina. In mezzo al campo segnato dai due simboli c’è un popolo di persone che lavora e che spera di continuare a farlo, che entra ed esce dalle fabbriche, dalla cassa integrazione, e che vede man mano ridursi la propria capacità economica e la propria libertà. Un popolo di persone sempre più dipendente dalla volontà imperiosa ed astratta del mercato finanziario e non da quello dove si vendono e si comprano autoveicoli. La durezza dei disegni, dei dipinti, dei graffiti su carta, che formano una specie di folla vociante, sono l’immedesimazione con questo popolo di persone. È la loro voce che vedete nei segni tracciati quasi con violenza sulla carta.
Quello che è stato inevitabile per Sandro Mele, mentre procedeva nel costruire questo blocco di realtà e mentre faticava per posizionarlo nella realtà che scorreva rapida intorno a lui, è stato di porsi quell’interrogativo etico che avrebbe alla fine dato l’unico senso possibile a tutto American Brothers. Non tanto e non solo domandarsi se tutto quello che stava accadendo era giusto o meno. Quanto se il proprio essere lì a dare forma alla realtà, avrebbe avuto la forza di cambiare il senso di quello che stava avvenendo. Se cioè nel proprio procedere, nel guardare, sentire, registrare e ricostruire, la realtà avrebbe risentito della sua azione. Se cioè noi, come individui e come collettività, avremmo risentito della perturbazione della realtà che la sua azione procurava. E soprattutto se questa perturbazione ci avrebbe indotto a farci domande in modo diverso da quelle provocate dai media. Le risposte a questi interrogativi diventano a loro volta degli interrogativi, appunto di tipo etico.
Io credo che oggi questo sia l’arte. Io credo che oggi questo faccia l’arte.
Io credo che possa persino cambiare le cose davvero.
Perché dal momento in cui viene posto un interrogativo a cui qualcuno cerca di corrispondere, a quel punto la realtà stessa non può che essere diversa dall’istante precedente in cui quella domanda non esisteva.
Questo è il senso in cui l’arte oggi assume un carattere etico, con tutto quello che questa assunzione comporta in termini di funzione nel nostro mondo.
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