Carnevale – Un’opera fra polemica e liturgia

MARCELA CERNADAS
CarneVale
Con l’installazione CarneVale viene presentata nella chiesa di San Lio l’opera dell’artista argentina Marcela Cernadas Agape (2013). Avevo avuto la possibilità di visionare in anteprima l’opera più di un anno fa, e rimastone colpito avevo chiesto a Marcela se fosse interessata alla sua presentazione a Venezia. La sua risposta entusiasta non prevedeva che questo progetto avrebbe aggiunto ulteriore significato all’opera; come curatore infatti, colpito dai richiami eucaristici presenti nel film – dal tema musicale scelto (l’Agnus Dei) ai richiami sponsali e biblici che si riferiscono al banchetto di nozze di cui la torta è simbolo – immaginai da subito la possibilità di presentare l’opera all’interno di una chiesa. Dopo l’esperienza maturata nel corso degli anni collaborando alle esposizioni di Bill Viola, di Lech Majevski, di Ai Weiwei e molti altri artisti, mi si offriva l’occasione di presentare un’opera focalizzata sull’eucarestia, realizzando un intervento site specific nel quale contenitore e contenuto si richiamavano spazialmente e contenutisticamente.

Momento culminante del suo percorso artistico e suo primo film sonoro, l’opera di Marcela fa trasparire la sua personalità, sensibile e forte insieme, come sanno essere i colori predominanti delle sue opere, il bianco e il rosso, che sono una costante nel suo percorso artistico. La purezza del bianco, di un animo che attraversa tutte le condizioni della vita col desidero di rimanere intimamente ed evidentemente legato al sacro, a ciò che rende la vita vera, piena, degna di essere vissuta e nella pace, si alterna alla forza della “carne”, del rosso che brucia, del sangue che scorre, che dà vita. La dualità del rosso e del bianco nelle opere della Cernadas si declinano nella forma liquida e solida, nell’immagine di seduzione e ripugnanza, nel significato di sontuosità e spiritualismo.

Nel film Agape la camera indugia a lungo sulla candida glassa di una torta nuziale a piani che solo al taglio del coltello, mostrandosi insta- bile, svela il suo contenuto vivo di carne cruda rossa; perché soltanto attraverso il sacrificio d’amore, nell’umiltà e carità, di chi dà la vita per un altro, è possibile il generarsi dell’agape. Bianco e rosso, purezza e fuoco, fragilità e fortezza, caratteristiche di una donna dall’animo discreto e attento che appaiono come note autobiografiche, sintetizzate in maniera perfetta: una bianca torta nuziale ripiena di carne di agnello macinata (…nulla nell’opera è frutto di casualità), ricoperta di zucchero e rose.

Ma nell’allestimento in chiesa tutto questo doveva in qualche modo fondersi con lo spazio e con il suo significato simbolico, che è determinato dalla azione liturgica che ospita. Ed ecco allora che ho osato proporre all’artista la realizzazione di un’altra opera, un segno che potesse legare il contenuto di Agape con la chiesa di San Lio. E il curatore si fa così committente, secondo l’antica tradizione cattolica, chiedendo a Marcela di porre sull’altare della chiesa la fetta tagliata dalla torta nuziale. Ma non una fetta uguale o simile, ma “transustanziata”. Il termine è quello usato dalla teologia cattolica per definire il cambio di sostanza fra l’apparenza del pane e del vino e il corpo ed il sangue di Cristo nella azione liturgica.

La torta e la carne nell’opera si cristallizzano richiamando il pane eucaristico nel luogo adibito alla mensa per eccellenza: la chiesa, l’altare. Il vetro massiccio, resistente e fragile, ricorda la natura cristallina dello zucchero e nella trasparenza svela ma al tempo stesso nasconde il contenuto di amore/sacrificio che gli occhi del corpo non possono vedere. La luce di una lampada sospesa, che formalmente ricorda gli antichi ostensori a sole, illumina questa presenza quasi ad invitare a fissare lo sguardo oltre ciò che si vede, oltre il visibile, con quella vista che trasfigura e illumina, poiché l’essenziale è invisibile agli occhi. Nasce così CarneVale, una istallazione che è una nuova opera. Inserita nel programma del Carnevale di Venezia e partecipe di una nuova contestualizzazione, l’opera consente un’esperienza contemplativa e sensoriale insieme, con un processo di percezione sensoriale che avvicina al simbolo, ma rimane segno, sottolinea il sacro, ma non lo cattura. In analogia con quanto accadeva e accade nella adorazione eucaristica, il visitatore è invitato a inginocchiare la sua mente verso ciò che va oltre, nella scoperta d’amore.

Ovvio quindi perché CarneVale nasce nel contesto della festa veneziana della goliardia e della fantasia: lungi da ogni intento polemico o catartico offre un momento di pace e di meditazione. Dietro ad ogni maschera resta la vita vera delle persone che introdotte nella golosità della festa attraverso il tema del cibo, cuore dell’Expo, possono aprirsi alla prospettiva del nutrimento spirituale che si fonda sull’esperienza della fame, della dolcezza, del gusto profondo delle cose e della vita.