Romano Lotto, a cura di Stefano Cecchetto | GMR.2 Mestre | 03.05 – 07.06.2024

I pittori non possono che essere nella pittura. Vecchio e nuovo sono una cosa sola.
Willem De Kooning

La Galleria Michela Rizzo di Mestre è lieta di presentare la mostra ROMANO LOTTO a cura di Stefano Cecchetto.

Il sentimento del colore

Curare una mostra equivale a raccontare una storia: scegliere le opere di un artista, radunarle come tasselli di un itinerario della memoria è un’operazione sentimentale; un procedimento che tende sempre a togliere tutto ciò che si ritiene superfluo o ripetitivo. Sviluppare il percorso di un’esposizione, rivelare il lavoro di un pittore attraverso la sequenza dei suoi dipinti presuppone anche la scelta di un punto di vista, il curatore, o meglio l’ordinatore, ha il compito di contenere l’impeto dell’artista dentro allo sviluppo organico di un pensiero che accomuna i diversi procedimenti espressivi della sua opera.
E quando l’artista è anche un amico la faccenda è ancora più complessa, vuoi per una sorta di rispetto, o meglio per una forma di pudica ritrosia che potrebbe soffocare il giudizio critico o stemperarlo dentro alla benevolenza di un sincero sentimento di appartenenza. Ma quando mi avvicino alle opere dell’amico Romano Lotto ritrovo sempre il piacere della scoperta, o meglio della riscoperta; ho come l’impressione che il suo lavoro non sia possibile circoscriverlo, imporgli un contenuto, definirlo dentro un tema, un genere, una forma.
La sua pittura non è fatta per essere rinchiusa in un codice e qualunque cosa ci venga in mente per definirla, il dipinto seguente la contraddice.
L’arco generazionale che abbraccia il suo lavoro è decisamente significativo: le grandi trasformazioni dell’arte nel Novecento, i movimenti, gli artisti e le avanguardie che le hanno determinate sono stati compagni di un viaggio formativo che Romano ha percorso con un’autentica passione per la pittura.
La linfa che genera il processo creativo della sua opera viene soprattutto dalla consapevolezza che il gesto pittorico è un vero e proprio flusso che sprigiona nel colore la rappresentazione del pensiero, senza velleità concettuali precostituite.
La pittura per la pittura quindi, in una combinazione di estrema sensibilità espressiva che raccoglie dentro al perimetro della tela, quell’unità d’insieme altrimenti inspiegabile, mirata a confondere il visibile nell’invisibile.
A questa metamorfosi appartiene la variopinta sequenza di un inestricabile percorso alla ricerca costante di quel luogo ideale dove il paesaggio cambia geografia: le rocce e le isole appaiono e scompaiono, le spiagge raggiungono la tonalità di un deserto e le distese dei prati, la profondità delle terre assomigliano a mari senza onde.
Un nostro comune amico, il pittore Ercole Monti, sosteneva che la differenza tra il talento e il genio è quel dettaglio che riesce a farti percepire l’arte dall’artificio, confermando quindi il talento al di sopra del genio per una forma di conclamata purezza stilistica. Ma nella pittura di Monti e in quella dello stesso Lotto, a mio avviso, il talento e il genio si fondono e si confondono in una voce sola.
 Romano Lotto è un’artista che riesce a trasformare l’irruenza del colore in una totale vastità di respiro e svelare il suo universo attraverso una ricerca sempre traslata con la grazia del tocco e con l’evocazione di atmosfere senza tempo. I cromatismi della sua pittura, che negli anni hanno subito poche e leggere varianti, rivelano oggi la peculiarità di una svolta: il paesaggio ritrova la sua dimensione onirica che viene percepita attraverso il velo di una trasparenza fluida e serena. E la figurazione, che un tempo era rivelata con pennellate più decise e nette, ora è solo intravista in forme vaghe e luminose avvolte in una luce fulgida o crepuscolare.
Fin dagli esordi, nei quadri decisamente figurativi degli anni Cinquanta: Fabbrica del 1953 o Ragazzo del 1954, la sua pittura dichiara la genesi di un linguaggio intimo, ma già nel suo Paesaggio con case del 1965 risulta evidente che Lotto ha trovato la sua strada e individuato un personale percorso che potremmo situare in ogni tempo e in nessun tempo, in tutti i luoghi e in nessun luogo.
In quella fuga dalla natura, restando nella natura, che rimane il paradosso di tutta la pittura moderna, Romano Lotto predilige le vie solitarie così, nei diversi svolgimenti e pentimenti del suo cammino egli ritrova il filo di Arianna di un sintetismo coerente.
In questa sua astrazione dal reale il linguaggio sormonta le lusinghe di una dispersione sensibile, per una figurazione supremamente raccolta nel segno di una visione apparente. Dentro a quei larghi schemi, la stesura del colore è incantevole: l’effusione dei cieli, l’incombere dell’acqua, sembrano evocare la suggestione di una realtà vista e sognata nello stesso tempo. Il paesaggio sembra trasposto e accennato in pochi tratti, come sospeso tra cielo e terra nell’infinito orizzonte del visibile.
In questo modo Romano Lotto conduce lo sguardo dell’osservatore verso uno scopo preciso, ci mostra le cose: il mare, le rocce, la sabbia, le barche, il cielo, le nuvole e intanto la sua pittura sale verso l’alto, sopra immaginari gradini d’aria e di luce, come dovesse raggiungere un diapason che solo l’artista conosce.


 Testo critico a cura di Stefano Cecchetto